Non si aspettava di trovarla lì, in
quell’albergo a due passi da Ankara.
Le
aveva dato un brevissimo preavviso, lasciando un messaggino in segreteria
telefonica, prima di partire oltralpe. Del resto, anche lei aveva saputo poco
prima del fatto che faceva parte della spedizione chiamata in soccorso delle
vittime della tragedia appena occorsa. Le piaceva il suo lavoro, ma vedere
tutte quelle persone stravolte dal dolore per aver perso i propri cari e le
proprie cose, oltre alla fatica fisica richiesta dalle sue mansioni, dopo una
settimana l’aveva distrutta.
Sentiva
la mancanza di casa e vederla lì, nella reception, le aveva accelerato i
battiti del cuore. Si abbracciarono, sentì l’odore di pesca dello shampoo che
usava sempre e le venne da piangere.
May
si era organizzata ed aveva preso il primo volo per la Turchia. Aveva bisogno
di rivederla, di dimenticare il mondo e di stringerla tra le braccia. Era
troppo presa dalla carriera, la stava trascurando da mesi; non aveva mai tempo
o era troppo stanca, gli scarsi momenti passati insieme erano sempre più brevi
e vuoti. Poi, il messaggio, ed aveva capito. Doveva accorciare le distanze.
Glielo
doveva. Ed ora era lì, con i capelli disordinati, raccolti in una cipolla con
un nastro verde.
Cercò
le sue mani e le strinse fra le sue, scaldandole.
Giunsero
in camera da letto, May guardò Brooke mentre si sfilava la tuta da lavoro e si
dirigeva verso il bagno, dove poco dopo si infilò sotto la doccia, come poteva
capire dallo scrosciare dell’acqua. Seguì distrattamente la televisione,
cambiando canale a caso e sopportò il silenzio della donna che amava, anche se
avrebbe voluto andare oltre l’abbraccio di prima. Pensava che le cose sarebbero
andate diversamente. Immaginava di essere accolta con gridolini di gioia e invece…
Brooke
però si infilò sotto alle coperte senza rivolgerle la parola.
May
nel frattempo si era messa una lunga t-shirt che usava come pigiama, spense la
tv e le luci e rimase a riflettere qualche istante. Si disse che non aveva
fatto un volo di dieci ore per restare lì, in silenzio, senza far nulla.
Le
si avvicinò sotto le coperte, le accarezzò il viso e notò che erano bagnate di
lacrime. Allora scese dal letto e si infilò fra il corpo di Brooke e il bordo
del letto. La sospinse appena verso il centro del letto e abbracciò il suo
corpo nudo, accarezzandolo teneramente. Parlarono a lungo e le lacrime
cedettero il posto a lunghi baci.
May
amava leccare le piccole labbra di Brooke. La punta della sua lingua ne seguiva
la forma, per poi insinuarsi tra le labbra e giocare con la sua lingua. Affondò
le mani tra i suoi capelli neri, solleticò il suo collo indugiandovi sopra con
le labbra umide dischiuse come un fiore. Senza smettere di morderle i piccoli
capezzoli si mise su di lei e, accompagnando il ritmo del bacino, spinse tre
dita dentro di lei, stimolandola, arrivando più in fondo che potesse. Trascinò
le sue gambe al bordo del letto, quindi s’inginocchiò a terra e le leccò i
polpacci, le cosce, fino ad affondare nei suoi umori. Entrò dentro di lei con dolcezza
ma iniziò subito a muoversi dentro di lei in modo deciso, mandandola in
visibilio. Brooke venne due volte… sussurrando parolacce e pregandola di
scoparla sempre più forte. Poi, mise May sul divano all’angolo della stanza,
allargandole le gambe sui braccioli. Accarezzò i suoi seni e scese lentamente
schioccando un bacio sul clitoride dell’amante.
Fuori
si susseguivano suoni ovattati ma dentro la stanza i sospiri e i respiri, le
risate di gioia e gli ansiti riempivano lo spazio. Si fermarono qualche istante,
si guardarono sorridendo.
May
le allargò le natiche e le scopò l’ano con due dita, guardandola gemere per il
piacere. Osservò la vagina dilatarsi e restringere in preda agli spasmi
dell’orgasmo e quando tutto finì, si lasciarono scivolare al suolo, continuando
a stringersi e baciarsi teneramente, sussurrandosi promesse d'amore.




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