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martedì 18 gennaio 2011

Il vicino

Ogni sera lo guardava dalla finestra. Alle 22 in punto posizionava il suo sgabello accanto alla finestra davanti al leggio e si metteva a suonare il clarinetto. Non stava bene per una donna nubile spiare un uomo del vicinato, solo, ma Eloyse se n’era sempre fregata dell’opinione degli altri. Non sapeva assolutamente nulla di lui e anche il nome, “Salvador” così esotico, diceva tutto e niente. Magari non si chiamava nemmeno così. In quel paesino non succedeva mai niente e incontrare qualcuno nuovo era come finire sui rotocalchi: tutti lo venivano a sapere in due secondi. Tutte le donne del quartiere avevano fatto a gara a chi gli avrebbe portato più cose nuove. Lei le aveva viste, così civettuole, quelle ipocrite. Ma lei non ci era ancora andata. Preferiva osservarlo da lontano. Indossava sempre una canottiera e un paio di pantaloni chiari. Si sedeva lì e suonava, con quel suo profilo dritto, le braccia muscolose, i capelli corti e un po’ spettinati.
Quella sera però lui si accorse di lei. Le fece un cenno di saluto a cui lei rispose quasi automaticamente e poi chiuse la finestra, ritraendosi in fretta, chiuse la tenda e salì in camera a cambiarsi per la notte.
Dal punto in cui si trovava poteva vederne solo la sagoma. La donna aveva accesso la lampada accanto alla finestra della camera da letto e si stava spogliando. Si sbottonò la camicetta, quindi si sciolse i capelli, che le ricaddero morbidamente sulle spalle. Salvador la spiò ancora mentre si toglieva la gonna, si sfilava rapidamente il reggiseno, liberando due seni che apparivano pieni, dalla forma allungata e con i capezzoli rivolti leggermente verso l’alto. Sollevò le gambe magre e le poggiò sul letto per sfilarsi le calze, lasciandogli immaginare come sarebbe stato possedere quel  bel profilo. La figura indossò una vestaglia e le luci si spensero di nuovo, lasciando Salvador in preda agli spasmi dell’orgasmo.

La sera dopo lei stava annaffiando i fiori. Era scalza, con i capelli in disordine ed un delizioso abitino estivo con una profonda scollatura. Lui la invitò a prendere qualcosa. Lei gli chiese di suonare qualcosa per lei. Lui improvvisò. Poi l’attirò a sé. Non indossava niente sotto i soliti pantaloni larghi, e lei si eccitò non appena la sua bocca toccò la cappella del pene che si indurì immediatamente. Lei lo leccò avidamente, guardandolo negli occhi. Poi scese sui testicoli, li baciò, li fece quasi scivolare nella bocca morbida e li inumidì delicatamente. Lui rimase in silenzio, con la schiena eretta contro la sedia su cui era rimasto seduto. Il clarinetto gli era rimasto in mano e lo muoveva lentamente lungo la schiena della donna e la linea del sedere. Poi si piegò per sollevarle il vestito e si rese conto che neppure lei indossava nulla sotto: si piegò ancora di più per masturbarla, e le sue dita non incontrarono resistenza, era così vogliosa che persino le sue cosce erano bagnate. Infine lei si sollevò e si sedette su si lui.
Era tutto buio, non si sentiva nulla. Ma erano vicini la finestra e qualcuno avrebbe potuto vedere due persone muoversi ritmicamente, avrebbe visto una donna con gli occhi chiusi e la testa poggiata sulla spalla dell’uomo, mentre cavalcava sapientemente, che ansimava, sentendo i baci caldi di Salvo sul collo e le sue mani lunghe che continuavano a masturbarla con movimenti veloci e a strizzarle i capezzoli. E magari si sarebbe eccitato sapendo che erano due perfetti estranei.  Senza staccarsene, Salvador si sollevò e la spinse contro il vetro freddo della finestra. Continuò a scoparla con forza, affondando decisamente dentro di lei, godendo per il contatto e per i suoi gemiti. Eloyse mugolava in un modo molto sensuale, senza che la voce diventasse lamentosa. Lui continuava a dirle che era una puttana e questo la spingeva a muoversi le anche rapidamente, spingendo la vagina contro quell’asta dura che aveva dentro. Lei si sentiva davvero una puttana in quel momento, mentre i suoi seni e la sua faccia erano schiacciati contro il vetro e un perfetto sconosciuto continuava a scoparla. L’idea di poter essere scoperti amplificava il loro desiderio.
Lei venne e venne ancora, liberando l’energia con dei gridolini soffocati. “Sto per venire” le sussurrò all’orecchio e allora lei si abbassò, lo masturbò ancora per qualche istante, poi gli afferrò le natiche, lo guardò con un’espressione di intesa e aprì la bocca dove lui versò i suoi umori, incastrandola fra il suo corpo e il muro e osservando il suo sperma scivolare sul mento della donna e cadere sul pavimento. Lei si ricompose, aprì la porta e sparì nella notte.

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