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lunedì 17 gennaio 2011

La prima volta

Avrebbe fatto qualunque cosa per averla. Juliet era più una donna che una ragazzina ormai. La guardò: aveva dei lunghi capelli rossi e ondulati raccolti in una coda bassa annodata con finta noncuranza che le scivolava al centro della schiena lasciando libere alcune piccole ciocche che le coprivano appena la linea morbida della mascella.
Indossava un top giallo senza spalline aderente sul seno e leggermente più largo sui fianchi.
Non indossava gioielli: amava lasciare che i vestiti sottolineassero il suo collo lungo e sottile e le spalle forti e modellate dal nuoto, anche se non troppo larghe. Juliet era alta, aveva gambe toniche e forti ed i pantaloni di raso le fasciavano bene, mostrando un sedere tondo ben modellato.
I tacchi alti la facevano apparire ancora più slanciata.
Stava parlando con un ragazzo e probabilmente doveva averle detto qualcosa di divertente perché la ragazza rise facendo sussultare i seni abbondanti e invitanti. Sentì un fremito fra le gambe.
Sapeva di provare solo un animalesco desiderio nei suoi confronti, non l’amava affatto.
Quelle smancerie andavano bene per i tredicenni. Bevve una coppa di champagne.
“Ottima qualità”  si disse, osservando ancora di soppiatto la ragazzina, che continuava a ridere con grazia civettuola ora arricciando il naso coperto di efelidi oppure sgranando gli occhi verdi dalle scaglie d’oro, fingendosi indignata o sorpresa per qualcosa.
Osservò meglio il suo interlocutore. Aveva all’incira 20 anni ed era indubbiamente un bel giovanotto, ma non poteva competere con lui. Non gli erano sfuggiti gli sguardi che la ragazza gli lanciava: voleva provocarlo.
Bene.
Sarebbe stato tutto più eccitante.

Lasciò passare del tempo chiacchierando con alcuni dei suoi ospiti e poi si avvicinò a Juliet, che stava seduta in un angolo accanto al camino.
“Ti diverti?”
“Oh sì, molto. E tu?” Aggiunse con un lieve sorriso .
“Anch’io. Non credi sia ora di tornare a casa ragazzina?”
“Non essere noioso Pierre. E non chiamarmi ragazzina. Ho 18 anni e tre mesi!”
Pierre avvicinò le labbra all’orecchio destro della giovane e le e sussurrò: “Ti desidero”.
La ragazza indietreggiò, avvampando, poi rise, gettando la testa indietro, come era solita fare. Qualcuno si voltò, attirato dal suono cristallino. Juliet guardò Pierre dritto negli occhi e disse trionfante: “Lo sapevo”.

Pierre aveva la tempra di un cacciatore. Aveva tempo e pazienza. Sceglieva solo le prede migliori. Amava vestirsi con cura scegliendo i dettagli e cambiando la pettinatura a seconda delle esigenze. Era un uomo silenzioso, un acuto osservatore, un ricercatore della passione e dei piaceri della vita. Non era particolarmente alto né dotato ma ci sapeva fare nonostante i suoi ventisei anni. Juliet era vergine, glielo aveva confidato un giorno, quando l’aveva baciata per la primavolta di nascosto dai loro amici, al mare. E da allora desiderava averla. Era sicuro che lei fosse molto attratta da lui. La eccitava l’idea di fare colpo su un ragazzo più grande e così bello. Quando l’aveva baciata aveva sentito i suoi capezzoli indurirsi contro la stoffa del costume da bagno. Si erano frequentati nel corso dei mesi e non erano mai andati oltre qualche bacio. Lei gli aveva chiesto espressamente di non dire nulla a nessuno e lui era sicuro che non si trattava solo del timore dei suoi genitori: quella ragazzina viziata aveva un fuoco dentro, una voglia di vivere che non aveva mai visto in nessun’altra donna a parte Emily, la donna con cui aveva perso la sua verginità.

Quella sera, decise, Juliet sarebbe stata sua.

La festa era stata un successo. Era tardi. Gli ospiti se ne andarono e rimasero solo loro: Juliet e Pierre. Lei era ancora seduta. Sorseggiava un po’ del punch rimasto nel bicchiere di vetro, distrattamente, battendo i piedi al ritmo della musica. Lui si mise davanti a lei, le allargò le gambe e si inginocchiò aderendo al sofà. Non la guardava nonostante lei non gli togliesse gli occhi di dosso.
Le prese il bicchiere dalle mani e mentre lo poggiava sul tavolino a fianco intinse un dito nel liquido e se lo passò sulle labbra; la baciò. Fu un bacio breve e morbido che la inebriò. Juliet si sporse leggermente in avanti, lo strinse schiudendo le labbra e cercando la sua lingua. Lui le stuzzicò il palato con la punta della lingua, le succhiò il labbro inferiore e poi riprese a giocare con la sua lingua. I baci scivolarono sul collo della giovane donna rubandole un gemito di piacere, le sfilò la maglietta e prese fra le mani i due seni. Erano grandi, dalla forma leggermente allungata ma sodi e pieni. Prese i capezzoli in bocca, li leccò e li succhio avidamente sentendoli sempre più duri. Poi si sollevò, si sfilò i pantaloni e sentì con sollievo il pene uscire fuori dai boxer neri e aderenti che indossava. Si vedeva che era già molto eccitato.
“Toccalo” le ordinò, e la ragazzasi affettò ad acarezzarlo.
“Non così… stringilo…. così…. e vai su e giù con le mani”.
Juliet obbedì, accaldandosi. L’idea che grazie a lei, al movimento delle sue mani il membro diventasse così duro la eccitava.
“Leccalo”.
Juliet esitò.
“Leccalo, su!” La esortò ancora Pierre.
Juliet avvicinò la lingua alla punta del pene e lo sentì un po’ umido. Se ne stupì ma non ebbe il tempo di rifletterci perché Pierre le chiese di leccarlo tutto e di scendere sui testicoli; lei obbedì, anche se con poca convinzione. Allora lui le chiese di aprire la boccae gli infilò il glande dentro con decisione ma senza essere brutale.
“Succhialo.”
Juliet strinse leggermente le labbra e aderì la lingua al glande. Succhiò. Prima una sola volta, piano.
“Più forte” la pregò lui, con il respiro affannato, e lei riprese con maggiore convinzione, succhiando come se fosse un leccalecca. Si rese conto di provare piacere nel farlo. Pensò rapidamente che le sue amiche non avevano mai fatto nulla del genere e questo la eccitò enormemente. Strinse il pene e continuò a succhiare. Sentì Pierre gemere di piacere e spingerle appena la testa dirigendola avanti e indietro. Quando lui ne ebbe abbastanza si chinò e la baciò nuovamente. Le chiese di sfilarsi i pantaloni e le scarpe mentre lui finiva di spogliarsi. La fece inginocchiare davanti al divano tenendo le gambe divaricate. Lui si stese sul tappeto e si mise sotto di lei. Juliet non si aspettava nulla del genere. Aveva deciso di fidarsi di lui per non sembrare una ragazzina e perché era sicura che sarebbe stato bello fare la prima volta con uno più grande e figo come Pierre. Lui le accarezzò delicatamente la vagina. Era piuttosto pelosa ed i peli in basso erano umidi; le sfregò il clitoride poi le strinse il sedere e fece in modo che lei si abbassasse fino all'altezza della sua bocca. La penetrò con la lingua, velocemente. Infilò tutta la lingua dentro di lei assaporandone gli umori. Quel contatto la eccitò ancora di più. Sapeva come darle piacere. Alternava colpetti veloci ad un movimento lento leccandola bene all’interno quasi volesse ripulirla del tutto. Le sue labbra morbide e carnose la sfioravano continuamente facendola contrarre leggermente; le accarezzava le natiche, le stringeva poi saliva sul bacino e la faceva muovere. Juliet fremeva di piacere… le sue mani poggiate sul divano erano malferme. Si era sciolta i capelli e aveva inarcato la schiena, assecondando gli impulsi del suo corpo e il proprio istinto. Pierre le stava mordicchiando il clitoride e poi leccava le labbra del clitoride, baciava le sue cosce e poi tornava a penetrarla di nuovo con la sua lingua calda ed esperta. Nessuna delle sue amiche le aveva detto che fosse così bello… Lentamente ogni pensierò svanì dalla suamente e si lasciò andare ad una sensazione di calore. Era inebriata dal piacere, ogni colpo aumentava il desiderio e per un istante temette di perdere i sensi. Poi una vampata di calore più violenta delle altre si diffuse nel ventre e sentì l’irrefrenabile desiderio di urlare forte. Il suo corpo venne scosso da piccoli tremiti mentre lui contuava a spingere dentro di lei. Alla fine si accasciò, spossata, ma Pierre non aveva finito.
Le baciò la schiena e la sentì rabbrividire, la guardò negli occhi pieno di desiderio e la portò in camera da letto.
Senza parlare la fece stendere sul letto la desiderava così tanto da provare quasi dolore. Lei era bellissima le labbra erano gonfie i suoi seni così colmi e belli con quei piccoli capezzoli rigidi. Aveva tutte le curve al posto giusto pensò accerezzandole le cosce. Si mise a lato della sua amante e lei comprese: prese il pene fra le mani e lo succhiò, stavolta lasciandolo entrare quasi tutto in bocca. Quel suo modo inesperto di leccarlo e di toccargli i testicoli lo faceva impazzire. Poi si fece largo fra le sue gambe e iniziò a penetrarla piano. Avrebbe voluto possederla senza tanti complimenti ma non voleva farle male. Quando sentì cadere ogni resistenza e lei proruppe in un gridolino di dolore spinse in profondità. Rimase così qualche istante, piegandosi per leccarle la pancia. Poi affondò dentro di lei ritmicamente, cingendosi la vita con le lunghe gambe di Juliet; lei lo sentì interamente dentro di sè e strinse forte le gambe. Godeva come non avrebbe mai creduto potesse accadere. Sentiva che ogni molecola dentro di lei si agitava, sentiva un piacevole calore pervaderla e guardava il volto virile dell’uomo cambiare espressione nel momento del piacere più intenso. Si morse le labbra e poi di scatto inarcò la schiena. Ebbe un orgasmo ancora più forte del precedente. Un attimo lui si staccò da lei e urlò contraendo i bei lineamenti e spargendo il suo sperma sul ventre della giovane, per poi accasciarsi accanto a lei.
L’aveva spuntata. Lei era sua.

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